Marco Aime Antropologo, africanista e scrittore italiano, docente di antropologia culturale presso l’Università di Genova.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
L’antropologia, grazie alla sua tendenza alla comparazione, fornisce la possibilità di sviluppare una capacità di osservazione partendo da punti di vista differenti da quelli che siamo soliti adottare. Cambiando l’angolazione, cambia anche la prospettiva. Mettersi nei panni degli altri è utile per comprendere meglio noi stessi. Come recita il detto, infatti, “non saranno i pesci a dirci cos’è l’acqua”. Il percorso proposto orienta in questa direzione, cercando di offrire una prima panoramica di come eventi, dimensioni, azioni che sono fondamentali per la nostra esistenza, possono essere letti con ottiche e sensibilità diverse, in diverse culture. Un arricchimento
dunque, un ampliamento di prospettive e anche un segno di umiltà: non siamo unici nel mondo.
Una consapevolezza nuova, che può rivelarsi utile, nella costruzione di un dialogo che si fa sempre più articolato e declinato in modalità diverse, in cui la diversità culturale può diventare ricchezza.
Il concetto di cultura
La prima lezione introduce all’antropologia culturale quale studio dell’uomo in quanto parte della comunità, che si organizza sulla struttura della parentela, si dota di un linguaggio comune, costruisce la propria identità. Dati culturali, che ci definiscono proprio in relazione alla diversità altrui. Ma poiché sul piano biologico e culturale siamo meticci, pensare a culture fluide, intrecci culturali, recinti aperti, in un interscambio che è sempre avvenuto e sempre avverrà, permette alle culture di sopravvivere nel tempo e nella storia.
Spazio e tempo
Dal punto di vista antropologico spazio e tempo sono le due dimensioni fondamentali entro cui si muove la nostra esistenza. In natura non esistono, né si tratta di concetti assoluti. Sono invece costruzioni culturali, di cui ogni società, piccola o grande, arcaica o contemporanea, si dota. La lezione porta innumerevoli e interessanti esempi di quanto diversamente possano essere intesi sia lo spazio che il tempo, a seconda delle diverse culture. Un’altra dimostrazione di come le nostre vite attraversino un mondo culturalmente connotato.
La costruzione del genere
In prospettiva antropologica, se il sesso è un carattere biologico, il genere ha invece le connotazioni culturali dei ruoli assegnati nelle società tradizionali, come anche la nostra era. Prodotto di una costruzione, si determinava attraverso l’educazione e i riti di passaggio. I cambiamenti radicali delle società occidentali hanno portato a nuove sensibilità rispetto al genere imposto, particolarmente sentite dalle nuove generazioni. Una battaglia condotta anche sul fronte del linguaggio, della quale non si può non tenere conto.
Cibo e identità
Carburante della nostra macchina corpo, il cibo è analizzato nei suoi aspetti culturali e sociali. Partendo dalla considerazione che tutta l’umanità si nutre ancor oggi di vegetali e animali domesticati (ovvero selezionati) nel neolitico. Ma, se è vero che potremmo mangiare tutto quanto è commestibile, perché quasi nessuno lo fa? Oltre i tabù religiosi o spirituali, è la scelta di cosa mangiare il dato culturale che ci definisce, determinando il gusto sociale collettivo.
Parentela e matrimonio
Se in natura esiste solo la riproduzione, la parentela è la prima forma di organizzazione sociale che gli esseri umani si sono dati. Dal matrimonio monogamico a quello poligamico, da modelli endogamici o esogamici, dalle discendenze monolineari o bilineari, matrilineari o patrilineari, la lezione illustra la complessità delle organizzazioni parentali nelle diverse società. Fino ai legami attuali dettati da nuove gerarchie, dove la famiglia occidentale, cosiddetta “allungata”, non ha tuttavia perso in centralità.
Cinque lezioni di Marco Aime
Il concetto di cultura
Spazio e tempo
La costruzione del genere
Cibo e identità
Parentela e matrimonio
Medico Chirurgo: Continuità assistenziale, Medico generale, Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva
Terapista Occupazionale
Infermiere
Assistente Sanitario
Annalisa Ambrosio Direttrice didattica del corso di laurea triennale Academy della Scuola Holden.
Francesco Bellusci Saggista e docente di filosofia al Liceo classico “Isabella Morra” di Senise.
Nicole Janigro Psicologa psicoterapeuta, giornalista e scrittrice.
Valentina Manchia Dottorato di ricerca in Semiotica e psicologia della comunicazione simbolica docente universitario.
Riccardo Mazzeo Intellettuale italiano contemporaneo, editor, scrittore, filosofo.
Ugo Morelli Professore di Scienze cognitive applicate alla vivibilità, al paesaggio e all’ambiente presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II.
Maria Nadotti Giornalista, saggista, consulente editoriale e traduttrice.
Gaspare Polizzi Docente di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università di Pisa.
Mario Porro Studioso di epistemologia francese, è docente di Filosofia e Storia presso il Liceo “Fermi” di Cantù.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Le nove lezioni sul tema dell’epistemologia e delle scienze umane scelgono autori che hanno elaborato nuove forme di sapere rese possibili dall’interazione di approcci interdisciplinari originali, dando vita a loro volta a nuovi paradigmi teorici e a vere rivoluzioni epistemologiche. Basti pensare al pensiero di Melanie Klein che sostituisce le “fasi” dello sviluppo sessuale freudiano con le “posizioni” depressiva e schizo-paranoide, o alla ricerca di Gregory Bateson tutta incentrata sul concetto di relazione.
Annalisa Ambrosio propone una dissertazione sull’amore romantico. Tema tra i più comuni nelle conversazioni private perché attinto dalle esperienze personali, ma raro nella discussione filosofica. Eccettuato Il Simposio di Platone e, la filosofia se ne è raramente occupata, a differenza di psicanalisi, psicologia, sessuologia. La lezione indaga i motivi per cui è sempre apparso difficile discuterne razionalmente e quale controcanto introduce al pensiero di Eva Illouz, tracciando un itinerario dell’opera della sociologa.
Francesco Bellusci traccia un ritratto di Edgar Morin in occasione dei suoi 100 anni. Se è difficile restituire in una lezione la sua grande avventura intellettuale, è interessante individuare il tratto genealogico del sociologo: ovvero il suo percepirsi e definirsi “post-marrano”. Un’identità plurima nella quale Morin vide le stimmate di quella dialettica tra civiltà e barbarie che ha connotato la storia europea. Ma anche il segno premonitore della futura umanità: sempre più globalizzata e meticcia.
Nicole Janigro si occupa di Melanie Klein, psicoanalista molto amata ma anche molto osteggiata, che rischia di apparire schematica, brutale, difficile. Il suo linguaggio può essere ostico, tanto che la sua teoria è stata spesso diffusa dagli allievi in modo rigido, così che il codice kleiniano rischia di offuscare le sue grandi intuizioni. La lezione si propone di fare chiarezza su una personalità che, benché accusata di estraneità ad ogni dimensione storica e sociale, ha esplorato con coraggio la mente umana, senza temerne negatività e distruttività.
Originale il punto di vista di Maria Nadotti nel ritrarre John Berger, partendo dalla fine della sua vita. Un’esistenza lunga quasi 90 anni, analizzata attraverso un piccolo film su di lui e un libro illustrato da lui stesso scritto. Che lo rivelano grande maestro di sguardi, in opere visive quanto testuali, senza ma mancare l’appuntamento con la storia, il sapere, la vita di noi tutti. La lezione si propone di avvicinare a un pensiero nato in stretta contiguità con l’esperienza di vita, a un intellettuale che ha saputo stare dentro la storia.
Mario Porro introduce alla riflessione che da una quarantina d’anni impegna François Jullien, filosofo, esperto di pensiero greco, sinologo. Attento al confronto tra i modi di pensare occidentali con quell’“altrove” che è il pensiero cinese di matrice confuciana e taoista. Una cultura formatasi in totale estraneità rispetto al mondo greco ed ebraico, assai più radicale del mondo arabo e indiano. Jullien non cerca una prospettiva di maniera per farcela accogliere ma modula lo spaesamento del nostro pensiero attraverso l’entropia.
Riccardo Mazzeo introduce al pensiero di Zygmund Bauman, filosofo che preferiva essere definito sociologo. Più che un vezzo, si apprende dalla lezione, per la sua volontà di riflettere sul male del mondo. In una vita rievocata come una successione di rotture, Bauman scelse sempre di restare dalla parte della resistenza, dalla condizione di ebreo nella Seconda Guerra Mondiale al Sessantotto, perché, diceva «per creare bisogna infrangere regole». Esule tra la sua Polonia, l’URSS, Israele, l’Inghilterra, in Austria elaborò la sua “modernità liquida”.
Ugo Morelli ci avvicina al pensiero di Gregory Bateson seguendone il metodo, ovvero giustapponendo tessere per comporre il suo lavoro scientifico, che ha comportato un cambio di paradigma dei contenuti della conoscenza e del modo di riflettere sulla conoscenza stessa e su noi stessi conoscenti. Una complessità di pensiero che, attraverso la pratica di antropologo sul campo e una vita densa di esperienze personali anche drammatiche, gli ha permesso di comprendere i comportamenti di noi animali umani rispetto agli altri animali.
Valentina Manchia ritrae Bruno Latour quale “antropologo del non umano”. Con una vastità di orizzonti che ha attinto alla sociologia e all’antropologa, toccando la filosofa, l’etnografia, la semiotica, con l’obiettivo preciso di rendere conto della tecnologia della scienza e della società. La lezione ripercorre le tappe fondamentali del suo pensiero, argomentando perché resta importante approfondirne il lavoro, nonché l’universo intellettuale denso e complesso.
Edgard Morin. Metodo e complessità. Lezione di Francesco Bellusci
Francois Jullien. La saggezza del vivere. Lezione di Mario Porro
Melanie Klein. Tra invidia e gratitudine. Lezione di Nicole Janigro
Bruno Latour. Antropologia del non-umano. Lezione di Valentina Manchia
John Berger. Sul guardare. Lezione di Maria Nadotti
Gregory Bateson. Ecologia della mente. Lezione di Ugo Morelli
Michel Serres. Transito tra il naturale e l’umano. Lezione di Gaspare Polizzi
Zygmunt Bauman. La società liquida. Lezione di Riccardo Mazzeo
Eva Illouz. Il mito dell’amore romantico. Lezione di Annalisa Ambrosio
Medico Chirurgo: Continuità assistenziale, Medico generale, Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva
Terapista Occupazionale
Infermiere
Assistente Sanitario
Letizia Caronia Professore Ordinario di Pedagogia Generale e sociale, Università degli studi di Bologna.
Pino Donghi Amministratore Unico e Direttore programmi scientifici Et Caetera consulting srl.
Gianfranco Marrone Professore Ordinario di Filosofia e teoria dei linguaggi, Università di Palermo; Direttore del Centro internazionale di Scienze Semiotiche di Urbino.
Dario Mangano Professore Ordinario di Semiotica, Dipartimento Culture e Società, Università degli Studi d Palermo.
Paolo Migone Psichiatra psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Il ciclo di cinque lezioni analizza il ruolo delle specifiche competenze nelle professioni di aiuto, nonché le loro evoluzioni nel tempo e le attuali problematiche, se non le crisi. Diverse le prospettive di studio proposte, inducendo il discente a riflettere sulle differenze tra il sistema sanitario e scolastico anglosassone e il nostro, sull’impatto che la pandemia ha avuto a livello sanitario e non solo, sul contributo ormai fondamentale della tecnologia.
Gianfranco Marrone
Specialisti e dilettanti
Accanto alla dissoluzione dei confini tra professionisti e dilettanti – evidenzia Gianfranco Marrone – si assiste a un paradosso: la costante ricerca e celebrazione dell’esperto convive con lo sfaldamento dell’autorità e con il dileggio delle sue competenze. La pandemia di cui i media si sono impossessati, ha accelerato il fenomeno: i social networks e la tv generalista sono divenuti i luoghi di critica delle expertise, con conseguenze anche politiche. Fino all’impensabile: nel risiko delle competenze messe in moto, il non essere competenti è diventata essa stessa una competenza.
Letizia Caronia
Scuola
Relazionando delle competenze nelle professioni di cura in contesti educativi e scolastici, Letizia Caronia si avventura in un territorio delicato: la crisi della competenza esperta, ovvero la percezione diffusa da parte dei professionisti del settore che la loro autorevolezza non conti più. Costantemente messa in discussione, addirittura da chi evoca il confronto con un altro esperto per minarne la competenza e mettere alla prova. Al fenomeno si aggiunga che, su modello anglosassone, anche in Italia spending review e carenza di personale stanno trasferendo expertises da una professione all’altra, con prevedibili difficoltà di gestione.
Pino Donghi
Medicina
Con taglio semiotico, Pino Donghi delinea scenari per la medicina del futuro. Secondo due direttrici: ciò che è pensabile debba accadere e ciò che è auspicabile possa succedere. Nell’excursus storico che la lezione propone irrompe con prepotenza il “cigno nero” della pandemia, che ha accelerato il fattore del controllo sociale, laddove la privacy ha ceduto alla sicurezza. La visione auspicata della medicina di domani si orienta così verso una sanità territoriale, di prossimità con il medico curante. Che, come prediceva Veronesi, dovrà essere sempre più genetista e proporre ad ogni paziente una medicina personalizzata.
Dario Mangano
Tecnologia
Nella sua lezione su cosa significhi “tecnologia” oggi, Dario Mangano non discerne tra oggetti considerati ormai di rudimentale semplicità (la ruota) e altri di complessità incommensurabile (un visore per VR). Semplificare resta la chiava per parlare di tecnologia. Facendo appello al filosofo della tecnica Bruno Latour, il relatore definisce la tecnologia, come una diversa direzione che può orientare un progetto. Nella convinzione che occuparsi di tecnica oggi significhi studiare reti, di oggetti e di persone, ovvero sistemi aggregati che riconducono in fondo a un’analisi della società.
Paolo Migone
Psiche
Nel suo intervento Paolo Migone riflette sul problema della competenza nel campo della psiche, rivolgendosi ai professionisti dell’aiuto. Un campo assai variegato, dove la discriminante con il supporto amicale o sociale è data, a suo vedere, dal concetto di professionalità. Una professionalità basata su competenze acquisite attraverso lunghi studi e specifici training. Il dibattito è annoso negli Stati Uniti, ci ricorda il relatore, dove dagli anni Cinquanta le “helping professions” si sono ampiamente affermate ed esperimenti sul campo fanno ancora discutere sulle caratteristiche necessarie agli operatori.
Specialisti e dilettanti. Lezione di Gianfranco Marrone
Scuola. Lezione di Letizia Caronia
Medicina. Lezione di Pino Donghi
Tecnologia. Lezione di Dario Mangano
Psiche. Lezione di Paolo Migone
Medico Chirurgo: Continuità assistenziale, Medicina di comunità, Medico di medicina generale, Pediatra Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva
Terapista Occupazionale
Infermiere
Assistente Sanitario
Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Il problema dell’integrazione in psicoterapia
È importante innanzitutto chiarire, dice Paolo Migone in questo webinar, i termini “integrazione” ed “eclettismo”, perché spesso sono forieri di equivoci. Si potrebbe dire che in genere il termine “eclettismo” si riferisce al livello puramente clinico, mentre il termine “integrazione” al livello teorico. Però non può esservi una clinica senza una teoria sottostante, qualunque essa sia (se esistesse una clinica senza teoria usciremmo dalla scienza), per cui probabilmente quei colleghi che si definiscono eclettici utilizzano tecniche che hanno visto praticare in altri approcci ma non riescono bene a inquadrare in una cornice teorica precisa quello che fanno. Il problema è che uno stesso intervento tecnico può essere letto in modi differenti alla luce di diverse teorie. Per questo motivo si potrebbe dire che, volenti o nolenti, a livello descrittivo siamo tutti “eclettici”, per cui l’eclettismo si riduce a essere spesso una tautologia; quello che serve è invece una teoria che spieghi l’eclettismo che spesso di fatto già esiste nella pratica quotidiana di molti psicoterapeuti.
L’integrazione invece è più interessante: consiste nell’individuare modelli teorici che possano unificare teorie precedentemente considerate separate, o che spieghino meglio gli stessi dati clinici. Ma in questo caso la nuova teoria che emerge è una terza teoria rispetto alle due che si volevano integrare? Se è così, che fine fanno le due teorie precedenti? Scompaiono oppure rimangono, col risultato che si hanno a questo punto tre teorie invece di due, aumentando la frammentazione? Oppure una teoria “assimila” l’altra, la assorbe? Queste sono alcune delle domande che vengono discusse in questo webinar.
In ogni caso – osserva Migone – dietro al termine “integrazione” non vi è altro che la ricerca che dovrebbe fare qualunque scuola (e qualunque terapeuta) per costruire una teoria che sia la più sobria possibile, che spieghi al meglio il dato clinico e che non comporti una distanza eccessiva dalla clinica. Infatti, interessarsi alla integrazione in psicoterapia vuol dire innanzitutto conoscere il più possibile gli altri approcci e non fare come quei tanti colleghi che purtroppo rimangono racchiusi all’interno della propria “parrocchia”, studiando solo i testi dei padri fondatori e invitando gli allievi a fare altrettanto. Non occorre conoscere la psicodinamica per sapere che questi atteggiamenti di chiusura sono difensivi nel senso che originano da una insicurezza di identità (solo chi ha un attaccamento sicuro può esplorare – diceva Bowlby – per cui solo chi ha una certa sicurezza della propria identità teorica può avere il piacere di esplorare altri approcci e imparare cose nuove).
Inoltre – sottolinea Migone – non è possibile occuparsi del proprio approccio senza nello stesso tempo riflettere sulle differenze da altri approcci, anche perché a volte un approccio si identifica meglio in negativo, cioè esplicitando non cosa esso è ma cosa esso non è. In altre parole, è conoscendo bene altri approcci che noi capiamo meglio il nostro, soprattutto esaminandone le differenze o somiglianze concettuali al di là di terminologie diverse che possono confondere. È proprio grazie a questo tipo di analisi che, ad esempio, può capitare di accorgerci che alcune nostre concezioni sono presenti anche in altre scuole e da molto tempo; non solo, a volte vediamo che esistono effettive differenze, ma ci accorgiamo che sono diverse da quelle che credevamo prima.
Per chi è seriamente interessato allo studio della psicoterapia, è sempre arricchente rendersene conto.
Ma vediamo alcuni esempi degli sforzi fatti nel campo della integrazione in psicoterapia (intendendo con questo termine, come si è detto, una integrazione teorica, non clinica). John Dollard e Neal Miller (Personalità e psicoterapia [1950]. Milano: FrancoAngeli, 1975) e poi Paul Wachtel (Psychoanalysis and Behavior Therapy. New York: Basic Books, 1977; una nuova edizione è stata pubblicata dall’American Psychological Association nel 1997) avevano indagato in modo interessante il rapporto tra psicoanalisi e comportamentismo. Wachtel, uno psicoanalista che fu tra i fondatori della Society for the Exploration of Psychotherapy Integration (SEPI), il cui organo ufficiale è il Journal of Psychotherapy Integration, in un articolo del 1980 pubblicato nel n. 3/2004 di Psicoterapia e Scienze Umane aveva anche proposto di reinterpretare il concetto freudiano di transfert alla luce della teoria degli schemi correggibili di accomodamento e assimilazione di Piaget, trovando il modello di Piaget più sobrio e più utile nello spiegare quel fenomeno clinico che Freud aveva chiamato “transfert”. Questo contributo di Wachtel è un tipico esempio di cosa voglia dire studiare la integrazione in psicoterapia: il dato clinico è lo stesso, per spiegarlo vengono proposti termini provenienti da una diversa tradizione di ricerca e poi si vede quali possono essere i vantaggi o gli svantaggi.
Sempre riguardo al rapporto tra psicoanalisi e cognitivismo, va menzionato Jerry Wakefield, che in un articolo pubblicato nel n. 2/1994 di Psicoterapia e Scienze Umane ha rintracciato gli assunti cognitivisti presenti implicitamente nella cornice teorica freudiana, trovando interessanti convergenze tra Freud e il cognitivismo contemporaneo. In sintesi, le conclusioni di Wakefield sono le seguenti. Diversamente dalla comune opinione secondo la quale i principali contributi di Freud sono le ipotesi cliniche mentre i princìpi metapsicologici non hanno più rilevanza, sarebbe vero il contrario: i più grandi e duraturi contributi di Freud riposerebbero nella sua cornice concettuale e metateorica che costruì per studiare la psicologia. Freud sarebbe quindi il primo psicologo cognitivista, e la sua impostazione rimarrebbe valida nonostante i contenuti della sua cornice metateorica siano non sempre plausibili. Wakefield elenca sette princìpi metapsicologici freudiani che hanno tutt’oggi rilevanza per la psicologia contemporanea: 1) l’intenzionalità, cioè la rappresentazione mentale, come unità ultima di analisi in psicologia, e una concezione della mente come sistema di stati intenzionali in interazione dinamica; 2) la tesi della esistenza di stati mentali inconsci; 3) una concezione cognitivista della motivazione come proprietà causale delle idee; 4) una concezione cognitivista delle emozioni come cognizioni combinate con sensazioni corporee intenzionalisticamente interpretate come rappresentazioni percettive del corpo; 5) una concezione di mente “modulare” e contro la visione tradizionale della mente come entità unificata e inerentemente integrata; 6) una concezione completa della spiegazione del comportamento umano, includendo l’integrazione di livelli intenzionali, di tratto e biologici; 7) l’enfasi sulla importanza della automanipolazione cognitiva intenzionale, come nei meccanismi di difesa.
È questo il tipo di lavoro che andrebbe fatto se vogliamo fare reali passi avanti – dice Migone – ed è questo lo sforzo che lui stesso ha tentato di fare nella collaborazione con Gianni Liotti, che è stato forse il più importante terapeuta cognitivo italiano, sfociata ad esempio nell’articolo “Psicoanalisi e psicologia cognitivo-evoluzionista: un tentativo di integrazione”, pubblicato nel n. 6/1998 dell’International Journal of Psychoanalysis e che Migone ha voluto tradurre in italiano nel n. 2/2018 di Psicoterapia e Scienze Umane in occasione della morte di Liotti. Quindi quello di cui abbiamo bisogno non è un lavoro di eclettismo, cioè di semplice integrazione clinica dei vari approcci cui si accennava prima, o secondo una tradizione di ricerca che ha adottato un approccio “multimodale” (si pensi a Lazarus, ad esempio), né sono soddisfacenti formulazioni del tipo “la psicoanalisi è indicata per certi quadri diagnostici e la terapia cognitiva (o sistemica, corporea, etc.) per altri” (secondo le quali ad esempio la psicoanalisi sarebbe indicata per i disturbi di personalità, la terapia cognitiva per i disturbi fobico-ossessivi oppure per certe tecniche riabilitative, la terapia sistemica per i problemi famigliari, etc.), e neppure del tipo “la psicoanalisi è indicata come seconda scelta quando altri approcci più brevi non riescono”. Se fosse questa la proposta, allora forse sarebbe preferibile una differenziazione ancor maggiore di un modello dall’altro, per portare le loro implicazioni alle estreme conseguenze, rispettando le singole coerenze interne, allo scopo di raggiungere una maggiore chiarezza sulle ipotesi sottostanti.
Migone osserva anche che la questione della integrazione dei diversi approcci psicoterapeutici è importante perché è esemplificativa di alcune problematiche che caratterizzano questo campo. Il fatto ben noto, ad esempio, che per gli stessi disturbi mentali esistono diversi approcci psicoterapeutici, non raramente in contraddizione tra loro, fa dire ad alcuni che la psicoterapia è ancora in uno stadio prescientifico, dove mancano conoscenze condivise dalla maggior parte degli studiosi. Ma a questo proposito si può obiettare che la molteplicità di approcci, ciascuno libero di esplorare e di fare scoperte secondo i propri metodi, può essere una ricchezza, perché evita l’appiattimento su un solo paradigma di ricerca. La ragione di questa difficoltà della psicoterapia, rispetto ad altre specialità terapeutiche, risiede probabilmente nel fatto che vi sono ancora molti problemi su cui non vi è un accordo, ed è comprensibile che rimangano vivi tanti approcci psicoterapeutici basati su modelli anche contrapposti, originati da teorizzazioni settoriali del comportamento e del funzionamento psichico, a loro volta legate a determinati periodi storici o anche impostazioni filosofiche del passato.
Osservando il panorama dei diversi approcci psicoterapeutici, si possono notare due tendenze che vanno in opposta direzione.
Da una parte spinte corporative e “di scuola”, con precise tradizioni storiche e socio-geografiche, vanno nella direzione di differenziare un approccio dall’altro, allo scopo di accaparrarsi fette di mercato (pazienti, terapeuti in formazione, etc.); è anche la mancanza di conoscenza degli altri approcci il terreno di coltura di queste false separatezze, dell’arroccamento difensivo sulle posizioni dei “padri fondatori” (in alcune scuole ad esempio assistiamo al curioso fenomeno per cui chi non si aggiorna non viene semplicemente considerato “ignorante” e messo da parte, ma maggiormente rispettato, chiamato “ortodosso” ed magari promosso didatta).
Dall’altra emerge sempre più chiaramente la crisi della effettiva autonomia teorica di alcuni approcci, anche alla luce di una continua evoluzione avvenuta all’interno di ogni singolo approccio e delle molte ibridazioni e “fertilizzazioni trasversali” (cross-fertilization). Questa evoluzione ha fatto in modo che oggi non si possa più parlare, ad esempio, di psicoanalisi, di terapia cognitiva, di terapia sistemica, etc., ma di tante psicoanalisi, di tante terapie cognitive, di tante terapie sistemiche e così via.
Già vi sono aree di lavoro comuni, prima fra tutte la teoria dell’attaccamento di Bowlby, dove terapeuti di diversi orientamenti, come quello cognitivo e quello psicoanalitico, lavorano fianco a fianco, al punto che a un osservatore non è facile capire l’appartenenza teorica dei rispettivi autori. E si nota anche che ricercatori di diverso orientamento utilizzano scale di valutazione comuni.
Riguardo al mondo della ricerca empirica, quasi non interessa più a nessuno sapere “a che scuola appartieni”. La Society for Psychotherapy Research (SPR) è una associazione giovane, che si distingue per il fatto che fa il possibile per rimanere fuori dalle logiche di molte altre organizzazioni scientifiche, le quali sono caratterizzate per esempio dalla qualifica professionale o dalla appartenenza istituzionale. Quello che accomuna tutti è l’interesse per i problemi comuni, il modo con cui affrontarli. Alla SPR – fu proprio Migone che ne fondò la sezione italiana (e fondò, tra l’altro, anche il gruppo italiano della SEPI) – si ha la piacevole sensazione che non interessi quasi a nessuno sapere se sei uno psicoanalista, un cognitivista, un comportamentista, un rogersiano, etc., quello che interessa è il problema che affronti, sul quale intervengono tutti. Questo è possibile anche perché tra i ricercatori è ben noto che spesso quello che uno psicoterapeuta fa non corrisponde a quello che dice di fare o alla teoria che dice di professare.
Per approfondimenti si possono consultare i seguenti riferimenti, alcuni dei quali sono tratti da dibattiti avvenuti all’interno della sezione italiana della Society for the Exploration of Psycotherapy Integration (SEPI):
– Dibattito precongressuale e post-congressuale avvenuto nel 2001-2003 (con interventi di Giorgio G. Alberti, Sergio Benvenuto, Tullio Carere-Comes, Giovanni Liotti, Paolo Migone, Diego Napolitani, Mario Rossi Monti) del Primo Congresso Nazionale della SEPI-Italia, la sezione italiana della Society for the Exploration of Psycotherapy Integration.
– Migone P. (2002). Verso una psicoterapia senza aggettivi? In: Alberti G.G. & Carere-Comes T., a cura di, Il futuro della psicoterapia tra integrità e integrazione. Milano: FrancoAngeli, 2003, cap. 1, pp. 17-33 (Atti del Primo Congresso Nazionale della SEPI-Italia, Milano, 16 marzo 2002).
– Migone P. (2006). Considerazioni sul significato di “integrazione” in psicoterapia. In: Carere-Comes T., Adami Rook P. & Panseri L., a cura di, Che cosa unisce gli psicoterapeuti (e che cosa li separa). La pratica dell’integrazione in psicoterapia. Atti del Secondo Congresso SEPI-Italia (Firenze, 24-26 Marzo 2006). Firenze: Vertici, 2007, pp. 173-179.
– Dibattito su “Come usiamo le (quattro) psicologie? Considerazioni sull’integrazione psicoterapeutica” (con interventi di Tullio Carere-Comes, Davide Cavagna, Paolo Cozzaglio, Licia Filingeri, G. Giacomo Giacomini, Paolo Migone, Piero Porcelli, Gian Paolo Scano, Pietro Spagnulo), avvenuto su Internet nel 2001-2002.
Le psicoterapie brevi
In questo webinar Paolo Migone, che si è interessato alle terapie brevi fin dai primi anni 1980 (ad esempio fu invitato a tenere una conferenza su questo tema a New York già nel 1982), mette in luce una serie di fraintendimenti e autocontraddizioni che hanno caratterizzato il dibattito in questo campo. Una prima, fondamentale, critica è che il concetto di terapia breve spesso è una tautologia, cioè sta a significare che una terapia “breve” è semplicemente una terapia “che è breve”. Il problema interessante è un altro, è capire perché (e chi) decide di fare una terapia breve, altrimenti si confonde una “terapia breve” con una “breve terapia”, concetti molto diversi: infatti la terapia breve ha una durata limitata decisa a priori, mentre una breve terapia termina presto perché il terapeuta (che può essere un terapeuta tradizionale o comunque che non si definisce terapeuta breve) è semplicemente bravo e in alcuni casi gli è riuscito di guarire il paziente in breve tempo (naturalmente, in questo senso anche il paziente può definirsi “bravo”). Questa distinzione tra terapeuti brevi e bravi – questi due termini sono anche nel titolo di un articolo di Paolo Migone pubblicato nel n. 3/2005 di Psicoterapia e Scienze Umane – non è di poco conto, si tratta di una confusione di vocali che ha grosse implicazioni per chi è seriamente interessato alla psicoterapia.
Qualunque argomentazione venga fatta sulle terapie brevi – giusta o sbagliata che sia – rientra semplicemente nel dibattito sulla teoria della tecnica, dibattito che ha una sua storia e al cui interno sono stati presi in considerazione (e spesso anche in modo più approfondito e rigoroso) tutti gli aspetti teorici e tecnici considerati dai terapeuti brevi, nessuno escluso. Questo dibattito è prevalentemente quello della teoria della tecnica psicoanalitica (come è noto, la questione delle terapie brevi è sorta all’interno della psicoanalisi, dato che le altre terapie erano già brevi per cui non sussisteva la necessità di accorciarle). Secondo Migone quindi il dibattito sulle terapie psicodinamiche brevi non è autonomo rispetto a quello della psicoanalisi. Non a caso, le prime due tappe fondamentali della storia del movimento di terapia breve – la cosiddetta “tecnica attiva” sperimentata da Ferenczi a Budapest negli anni 1920 e la “esperienza emozionale correttiva” proposta da Alexander a Chicago degli anni 1940, cioè in sostanza la scuola di Budapest che poi è continuata nella scuola di Chicago cui è collegata con un filo rosso (anche Alexander tra l’altro era ungherese) – sono due crocevia del classico dibattito sulla teoria della tecnica (il classico di Alexander del 1946 sulla “esperienza emozionale correttiva”, tradotto dallo stesso Migone, fu pubblicato nel n. 2/1993 di Psicoterapia e Scienze Umane).
Non si capisce dunque perché si parli di dibattito sulle terapie brevi e non di dibattito sulla teoria della tecnica tout-court, anche perché una importante domanda è la seguente: se è vero che i terapeuti brevi hanno individuato una tecnica più efficace e capace di accorciare la durata della terapia, perché non viene utilizzata da tutti i terapeuti e per tutti i pazienti? Vi è forse qualcuno che ha interesse a fare terapie inutilmente lunghe? Ad esempio un analista potrebbe tenere i pazienti a lungo per guadagnare di più, o avere difficoltà a terminare la terapia per una sua resistenza a separarsi dal paziente: ma queste sono dinamiche controtransferali in senso stretto (o in senso allargato, cioè controidentificazioni proiettive – si veda a questo proposito un webinar di Migone su questo tema) che sono il pane quotidiano di ogni terapeuta, per cui non si capisce perché parlarne solo nel contesto delle terapie brevi. Infatti è certamente possibile fare terapie inutilmente lunghe o interminabili eventualmente colludendo con le resistenze del paziente a separarsi, ma – e questo è importante – esattamente allo stesso modo con cui è possibile fare terapie troppo brevi eventualmente colludendo con le resistenze di un paziente che ad esempio teme una dipendenza da lui simbolizzata in una terapia “lunga”. Questo tipo di ragionamenti sono la routine del lavoro terapeutico, e ritenere che esista un’area clinica o teorica separata, quella delle terapie brevi, è un errore logico che ha dirette ricadute in termini di errori tecnici nelle terapie sia brevi che lunghe (ad esempio si rischia di scordare che le dinamiche legate ai diversi significati della termination – cioè della elaborazione dei significati della fine della terapia – sono presenti, in modo uguale e contrario, anche nelle terapie cosiddette lunghe).
Se quindi esiste una tecnica realmente efficace di terapia breve, questa tecnica dovrebbe essere applicata anche ai cosiddetti pazienti “lunghi”, anzi, soprattutto a loro. Migone non entra nella valutazione di questa tecnica, assume che essa esista e parte dal presupposto che i terapeuti brevi siano anche bravi, cioè che per qualche motivo siano entrati in possesso di una segreta formula sconosciuta ai terapeuti che non si fanno chiamare brevi. Non è necessario descrivere questa tecnica – continua Migone – perché il suo ragionamento regge ugualmente, anzi la sua portata critica è ancor maggiore se si assume che questa tecnica esista: se i terapeuti brevi possiedono una tecnica più efficace, allora per così dire dovrebbero cessare di esistere, in quanto diventerebbero semplicemente terapeuti non brevi ma bravi (sarebbero cioè come tutti gli altri terapeuti che da che mondo è mondo fanno del loro meglio per aiutare i pazienti e a volte ci riescono). Le loro terapie non sarebbero più terapie brevi ma brevi terapie, cioè terapie che terminano presto perché il terapeuta (o il paziente, o entrambi) sono “bravi”, e non perché si stabilisce a priori, prima dell’inizio della terapia e come regola di base del setting, che la terapia terminerà in una data stabilita o entro un certo numero di sedute.
Questa regola del time-limit setting, argomenta Migone, è l’unico elemento che garantisce una definizione operativa di “terapia breve”. Il termine time-limit setting – utilizzato ad esempio da Davanloo, uno dei maggiori esponenti del movimento di terapia breve – è l’opposto di open-ended, che caratterizza una terapia senza durata prefissata, intendendola quindi anche lunghissima o brevissima a seconda dei casi. È importante avere una chiara definizione di “terapia breve”, altrimenti rischiamo di cadere nei fraintendimenti cui Migone accennava prima. Ma che bisogno c’è di impostare il time-limit setting, cioè di specificare all’inizio della terapia che si farà una terapia breve? Forse perché si teme che la tecnica non funzioni e che la terapia si prolunghi troppo? Ovviamente no, perché si sostiene che funziona e prendiamo per vera questa affermazione. Forse per motivare il paziente a “lavorare più in fretta”? È possibile, e c’è chi ha argomentato in questo modo, ma questa non è assolutamente una novità: porre un limite anticipato all’analisi è una delle tante tecniche psicoanalitiche possibili, un “parametro” secondo la concezione di Eissler del 1953 contemplato dalla tecnica classica, usato ad esempio dallo stesso Freud nel suo scritto del 1914 sull’Uomo dei Lupi, a cui disse che entro una certa data avrebbe terminato l’analisi se non avesse mobilizzato determinate resistenze (l’importante articolo di Eissler del 1953 sul “parametro” di tecnica fu pubblicato nel n. 2/1981 di Psicoterapia e Scienze Umane). Ma alcuni terapeuti brevi oggi sostengono che la loro tecnica non prevede di fissare all’inizio una data della fine della terapia, dato che la vera novità è nella tecnica. Questi terapeuti brevi però si scordano che allora dovrebbero cambiare nome: la caratterizzazione centrale della loro tecnica non consiste nella brevità (casomai questa è una conseguenza) ma in una tecnica specifica che andrebbe ben individuata e insegnata per essere applicata a tutti i pazienti. Molti terapeuti brevi si sono finalmente decisi a fare questo passo e hanno eliminato la parola “breve” nel nome del loro approccio, ma non tutti.
Infine, dato che il concetto di terapia breve è pieno di equivoci e contraddizioni, Migone avanza l’ipotesi che dietro vi siano sostanzialmente motivi di mercato (l’idea della terapia breve attrae molti pazienti) e, in modo interessante, anche transferali (certi pazienti sono attratti dalla terapia breve come difesa, per la paura della dipendenza, oltre che per il legittimo desiderio, o la illusione, di guarire in fretta) e controtransferali (alcuni terapeuti inconsciamente temono che certe terapie siano interminabili, o hanno paura di non sapersi svincolare da pazienti troppo dipendenti); in questi casi, dice Migone provocatoriamente, si fa una terapia “per non farla”, cioè si bypassa il problema che ha il paziente.
Sono queste alcune delle riflessioni critiche che fa Paolo Migone in questo suo stimolante webinar sulla identità teorica delle psicoterapie brevi.
Per approfondimenti, si può consultare il capitolo 3 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (Milano: FrancoAngeli, 1995, 2010), e inoltre i seguenti riferimenti:
– Migone P. (1982). Short-term dynamic psychotherapy from a psychoanalytic viewpoint. Psychoanalytic Review, 1985, 72, 4: 615-634 (Conferenza tenuta alla Society of Medical Psychoanalysts di New York il 10 novembre 1982).
– Migone P. (1988). Le psicoterapie brevi ad orientamento psicoanalitico: origini storiche, principali tecniche attuali, discussione teorico-critica, ricerche sull’efficacia, formazione. Psicoterapia e Scienze Umane, 22, 3: 41-67.
– Migone P. (2005). Terapeuti “brevi” o terapeuti “bravi”? Una critica al concetto di terapia breve. Psicoterapia e Scienze Umane, 2005, 39, 3: 347-370.
– Migone P. (2014). What does “brief” mean? A theoretical critique of the concept of brief therapy from a psychoanalytic viewpoint. Journal of the American Psychoanalytic Association, 64, 4:631-656.
La psicoterapia on-line
Paolo Migone fu tra i primi in Italia ad occuparsi della psicoterapia on-line; già negli anni 1990, quando ancora non vi erano i sistemi di videoconferenza ma solo la posta elettronica, aveva pubblicato un lavoro di riflessione teorica e clinica su questo argomento, lavoro che ripubblicò nel n. 4/2003 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane e che negli anni seguenti gli è stato chiesto più volte di ripubblicare in libri e riviste. In questo webinar riassume le sue posizioni, arricchendole di riflessioni successive.
Migone sostiene che è certamente possibile la psicoterapia tramite Internet, e le premesse teoriche sono le stesse di quelle che stanno alla base della psicoterapia “normale”, cioè senza Internet. Riferendosi in modo specifico alla psicoanalisi, aggiunge che andrebbero usate le virgolette per l’aggettivo “normale” per connotare che è un errore teorico pensare che esista una psicoanalisi normale, che di fatto è un mito (ricorda il mito della “tecnica classica”, che esiste più che altro nei libri). La psicoanalisi è una teoria generale che va applicata a infinite situazioni cliniche: diversi setting, diverse frequenze settimanali, gruppi, coppie, famiglie, emergenze, terapie brevi, etc. In ognuno di questi casi la psicoanalisi va adattata alla situazione e ai bisogni dei singoli pazienti, questo almeno secondo la corrente principale della psicoanalisi, la Psicologia dell’Io, che è iniziata già dagli anni 1930 e si è diffusa soprattutto negli Stati Uniti a metà del Novecento. Per rendere più chiaro quello che cerca di dire, Migone fa un esempio: se noi, allo scopo di rimanere “psicoanalisti”, non modifichiamo la nostra tecnica cosiddetta “classica” con pazienti che hanno bisogno che sia modificata, paradossalmente cessiamo di essere psicoanalisti, o meglio, siamo dei cattivi psicoanalisti. Pensare che la psicoanalisi sia solo quella considerata “classica” (fuori da Internet, uso del lettino, alta frequenza settimanale, etc.) significa non solo impoverirla, ma anche fraintenderla, cioè non aver compreso la teoria della tecnica. Vuol dire utilizzare una tecnica stereotipata, appresa in modo sbagliato. Non solo: pensare che le terapie on-line e off-line siano “oggetti diversi” significa avere una teoria della tecnica che ci fa fare errori anche nella terapia senza Internet. E significa anche non capire cosa voglia dire “comunicare”.
Tra i tanti fraintendimenti che Migone discute, vi è ad esempio quello che riguarda il concetto di “presenza”: vi è chi ha argomentato che la psicoanalisi si fa “in presenza”, non on-line, altrimenti non è psicoanalisi, scordando che il concetto di presenza del terapeuta non ha niente a che fare con la sua presenza fisica nella stanza, un modo di ragionare, questo, che è squisitamente antipsicoanalitico (un analista può essere presente quando è on-line e del tutto assente quando è nella stanza, a meno che ovviamente non ci si riferisca a una psicologia che potremmo chiamare “comportamentistica”).
È ovvio che una terapia on-line e una off-line sono molto diverse, ma esattamente allo stesso modo con cui due terapie entrambe off-line (cioè “normali”) possono essere estremamente diverse tra loro, e vi può essere più differenza tra due terapie off-line che tra una terapia on-line e una terapia off-line. Pensare che la diversità risieda solo nella modalità della comunicazione vuol dire non saper cogliere quali sono le variabili principali che sono in gioco in una terapia (e se, come alcuni sostengono, la terapia on-line è più complicata o difficile, non hanno idea di quali difficoltà e stravolgimenti del setting possano esservi con certi pazienti gravi non on-line). Ed è altrettanto ovvio che un paziente, per motivi transferali (oppure un terapeuta, per motivi controtransferali) possa preferire una terapia con Internet (senza rendersene conto, può aver bisogno di difendersi, mantenere le distanze dal rapporto “reale”, o meglio, dalla fantasia che lui ha del rapporto dal vivo, ad esempio per una paura della dipendenza), e sarebbe un errore da parte del terapeuta non vedere e non interpretare questa difesa; però è altrettanto ovvio che un paziente e un terapeuta possono difendersi dalla fantasia che hanno della terapia con Internet, e spesso questa difesa non viene analizzata appunto perché il terapeuta considera “normale” solo la terapia senza Internet (allo stesso modo con cui può considerare “normale” la tecnica classica, ad esempio l’uso del lettino, così che non interpreta i casi in cui un paziente lo può usare in modo difensivo). Si basa cioè su un pregiudizio, in cui il dato clinico non viene interpretato ma è conosciuto a priori, come in una sorta di teoria delle etichette, quindi su una teoria che potremmo definire “non psicoanalitica”.
La terapia con Internet è estremamente interessante perché ci permette di fare queste riflessioni; non è interessante di per sé perché – dice Migone – di fatto è un problema abbastanza banale dal punto di vista teorico. Non vi è tra l’altro niente di nuovo sotto il sole psicoanalitico, perché quasi tutti i colleghi scordano il dibattito che vi fu in America agli inizi degli anni 1950 a proposito della telephone analysis, dove le coordinate teoriche erano le stesse (ed era addirittura una terapia più innovativa perché non vi era il video). L’interesse della terapia con Internet quindi è essenzialmente di carattere sociologico, è in sostanza una cartina di tornasole che rivela la difficoltà che tanti colleghi hanno nel collegare la teoria alla tecnica; soprattutto, come si diceva, smaschera molto bene una diffusissima teoria della tecnica appresa in modo stereotipato, senza un legame stretto con la teoria che la giustifica, e questo tipo di psicoanalisi purtroppo è stata trasmessa negli istituti di formazione di generazione in generazione. Il fatto stesso che oggi si senta tanto il bisogno di discutere della terapia con Internet, come se fosse un “nuovo oggetto”, ne è un esempio eclatante.
È scontato che vi sono differenze tra un setting on-line e un setting in presenza, in un caso c’è il video e nell’altro manca. E il terapeuta deve stare attento a mille cose, però allo stesso modo con cui deve stare attento a mille cose quando non usa il computer. Si pensi al problema della privacy. C’è chi dice che con Internet vi è un pericolo per la privacy, ma ci si scorda che anche nella terapia senza Internet vi possono essere pericoli per la privacy. Coloro che parlano di pericoli per la privacy nella terapia on-line spesso sono gli stessi che non hanno mai sollevato problemi per quei terapeuti che prendono appunti sui pazienti (che potrebbero essere diffusi, pubblicati, etc.); questo è solo uno dei tanti esempi dei pregiudizi e della difficoltà a riflettere di tanti colleghi.
Non cambia niente neppure riguardo alla analisi della relazione (o del transfert, come si dice in psicoanalisi), a meno che non si pensi che su Internet non vi sia una relazione. A questo proposito Migone cita un aspetto divertente. Ricorda che anni fa, quando tanti psicoanalisti “classici” storcevano il naso riguardo alla psicoanalisi con Internet e dicevano che non era “vera analisi”, non si rendevano conto che le loro regole tecniche classiche (giuste o sbagliate che siano, questo è un altro discorso) possono essere replicate, e meglio, con Internet (cioè il terapeuta può oscurare il video e nascondersi agli occhi del paziente per fare emergere meglio il transfert “puro e incontaminato”, proprio come l’analista classico si nasconde dietro al lettino, ed è ben noto che Internet è capace di evocare fantasie transferali molto potenti, che sono proprio quelle che la psicoanalisi vorrebbe analizzare). In altre parole, non si rendevano conto che la psicoanalisi con Internet poteva benissimo essere ancor più psicoanalitica, poteva essere per così dire una caricatura della tecnica che loro stessi praticavano.
Infine, va detto che vi è un aspetto indubbiamente assente nella psicoterapia on-line rispetto a quella non off-line: il corpo “fisico” del paziente. Questa assenza può essere un fattore fondamentale per le terapie corporee, che nel loro armamentario appunto utilizzano il corpo in quanto tale e non soltanto le fantasie o le emozioni su di esso. Sotto questo punto di vista, la psicoterapia on-line è sicuramente “inferiore” a quella tradizionale. Ma anche la psicoterapia tradizionale, a rigor di logica, è inferiore a quella on-line in quanto è deprivata di una serie di dati importanti, quelli della sola presenza del corpo “virtuale”. La realtà “virtuale” e quella “reale” (ammesso che quest’ultima possa mai essere conosciuta in quanto tale, e non è possibile qui entrare nella questione filosofica della natura della realtà) non sono l’una superiore o inferiore all’altra, ma due diversi tipi di esperienza, ciascuna rispettabile e meritevole di essere indagata, e ciascuna capace di fornirci preziose informazioni sulla natura umana.
Queste insomma sono alcune delle riflessioni che fa Paolo Migone in questo suo stimolante webinar, che in realtà non riguarda solo la psicoterapia on-line ma la teoria della tecnica. Migone cioè usa la terapia con Internet come pretesto per fare discorsi più ambiziosi, che riguardano la identità stessa della psicoterapia e della psicoanalisi.
Per approfondimenti, si possono consultare i seguenti riferimenti:
– Migone P. (1991). La differenza tra psicoanalisi e psicoterapia: panorama storico del dibattito e recente posizione di Merton M. Gill. Psicoterapia e Scienze Umane, 25, 4: 35-65. Una versione anche in: Terapia psicoanalitica. Milano: FrancoAngeli, 1995 (Nuova edizione: 2010), cap. 4.
– Migone P. (1999). La psicoterapia con Internet. Psicoterapia e Scienze Umane, 2021, 55, 2: 275-292 (trad. spagnola: La psicoterapia con Internet. Clínica e Investigación Relacional, 2009, 3, 1:135-149).
– Migone P. (2000). A psychoanalysis on the chair and a psychotherapy on the couch. Implications of Gill’s redefinition of the differences between psychoanalysis and psychotherapy. In: Silverman D.K. & Wolitzky D.L., editors, Changing Conceptions of Psychoanalysis: The Legacy of Merton M. Gill. Hillsdale, NJ: Analytic Press, 2000, chapter 11, pp. 219-235 (traduzione spagnola: El psicoanálisis en el sillón y la psicoterapia en el diván. Implicaciones de la redefinición de Gill sobre las diferencias entre psicoanálisis y psicoterapia. Intersubjetivo. Revista de Psicoterapia Psicoanalitica y Salud, 2000, 2, 1: 23-40).
– Migone P. (2013). Psychoanalysis on the Internet: A discussion of its theoretical implications for both on-line and off-line therapeutic technique. Psychoanalytic Psychology, 30, 2: 281-299.
– Migone P. (2021). Il dibattito sulla terapia on-line: un fenomeno essenzialmente sociologico. Funzione Gamma, 23, 48, cap. II-3-2.
Terapia sistemica e terapia psicodinamica: in che modo sono diverse?
In questo webinar Paolo Migone, nel suo solito stile, a volte anche polemico, di analisi critica dei concetti, riprende alcune riflessioni sulla identità teorica della terapia sistemica che aveva esposto a metà degli anni 1970. In quegli anni la terapia sistemica in Italia stava diffondendosi molto rapidamente, e a volte vi era un confronto serrato con la psicoanalisi, quasi una contrapposizione frontale, come se la terapia sistemica e la psicoanalisi lottassero in una sorta di “guerra di religione” per l’egemonia culturale della psicoterapia.
In sintesi, le conclusioni cui arrivò allora Migone, e di cui negli anni si fece sempre più convinto, erano che il movimento italiano di terapia sistemica era portatore di esperienze molto valide e importanti nel campo della tecnica psicoterapeutica con casi difficili e complicati, ma che il cosiddetto approccio sistemico in sé non possedeva una reale dignità di teoria autonoma rispetto ad altri modelli teorici, come quello psicoanalitico o comportamentale, e che il suo successo come teoria “alternativa” dipendeva più che altro da motivi ideologici. Di fatto, la pratica reale della terapia sistemica si poteva definire quella di una psicoterapia “eclettica”, con alcuni aspetti comportamentali e cognitivi, e con molti aspetti di vera e propria psicodinamica ma raramente concettualizzati in modo coerente (la terapia sistemica, secondo Migone, era sostanzialmente una terapia psicodinamica di gruppo).
In quegli anni la critica di Migone fu accolta con freddezza e in buona parte ignorata da gran parte del movimento di terapia sistemica, forse perché vi era una forte tendenza a negare o ignorare le posizioni critiche in quanto disturbavano il bisogno di appartenenza e di ricerca di identità in questo giovane movimento. È importante ricordare che molti dei giovani che allora si dedicavano alla terapia sistemica provenivano direttamente dal movimento antipsichiatrico, e qui trasferivano la stessa carica ideologica, portando con sé la stessa mancanza di cultura psicoterapeutica (Migone ricorda che al Primo Congresso Nazionale di Psichiatria Democratica, tenuto ad Arezzo il 24-26 settembre 1976, vi fu addirittura chi propose di adottare la terapia sistemica come approccio ufficiale del movimento). I terapeuti sistemici non si presentavano semplicemente come dei bravi ed esperti psicoterapeuti specializzati nel lavoro con le famiglie e in casi difficili, ma spesso come un esercito di “ideologi” che proponevano un “salto rivoluzionario” in psicoterapia. La terapia sistemica aveva in effetti caratteristiche peculiari: un aspetto interdisciplinare di per sé affascinante, l’utilizzo di un nuovo linguaggio, una teoria apparentemente alternativa rispetto al precedente modello psicodinamico, il coinvolgimento della famiglia e quindi del contesto sociale (trasmettendo l’idea di poter incidere su di esso), la promessa di “guarigioni” anche in situazioni proibitive quali l’anoressia mentale e la schizofrenia, e così via. Tutte queste caratteristiche rendevano la terapia sistemica proprio il prodotto più appetibile per una buona fetta di operatori di quella generazione, molti dei quali approfittarono subito di questa occasione per armarsi e diventare tutti “militanti dello specchio unidirezionale” (lo specchio unidirezionale era infatti un aspetto importante del setting della terapia sistemica, ed era stato introdotto anche in molti Centri di Salute Mentale). La “fame di tecniche”, di cui soffrivano acutamente in quegli anni i reduci dal fronte basagliano, e la mancanza di cultura psicoterapeutica causata dal sociologismo di allora, erano i fattori maggiormente responsabili di questa situazione. Occorre capire che in Italia tradizionalmente vi è stata poca cultura sia di psicoterapia che di una psichiatria attenta alla relazione interpersonale; un interesse per la psicoterapia incominciò a diffondersi solo alla fine degli anni 1960, prima era pressoché inesistente (mentre negli Stati Uniti ad esempio la psicoanalisi e la psichiatria interpersonale si diffusero già ai primi decenni del Novecento).
Il fatto curioso è che una decina di anni dopo, cioè verso la seconda metà degli anni 1980, Migone, come ci racconta, incominciò a ricevere apprezzamenti per aver fatto questa analisi teorica sulla terapia sistemica con così tanto anticipo. Fu anche invitato a tenere seminari su questo argomento, a intervenire a tavole rotonde e convegni, a contribuire a numeri monografici di riviste dedicati alla terapia sistemica e così via. Si chiese cosa stesse accadendo, e pensò che probabilmente il movimento italiano di terapia sistemica stesse crescendo in maturità, correggendo precedenti posizioni naturalmente un po’ settarie o ideologiche dovute a un periodo iniziale di rapida espansione. Questa impressione fu confermata dalla lettura di un numero speciale della rivista Terapia Familiare (n. 19/1985) intitolato “Famiglia-individuo”, che conteneva le risposte a una intervista ai principali terapeuti sistemici italiani, in cui emergeva che il movimento italiano di terapia sistemica stava attraversando una fase di autocritica rispetto alle prese di posizione dogmatiche ed emotive tipo “guerra di religione” dei primi tempi.
In questo webinar dunque Migone riprende i punti essenziali dell’analisi teorica che fece allora, analisi che è ancora attuale nella misura in cui molti colleghi preferiscono definirsi terapeuti “sistemici”, e non semplicemente “terapeuti specializzati nel lavoro con le famiglie”. Al di là di facili trasformismi, Migone si interroga in modo preciso sugli aspetti caratterizzanti la teoria sistemica e sulle componenti ideologiche che possono eventualmente essere ancora presenti in questo movimento, e sfida i terapeuti sistemici di oggi a chiedersi cosa è rimasto del proprio bagaglio teorico. Nello stesso tempo, Migone non risparmia critiche ai terapeuti psicodinamici, perché anche loro negli anni 1970 erano affetti dalla stessa “fame di tecniche”, e molti diventarono paladini di settarismi, ad esempio di psicoanalisi freudiane, kleiniane, lacaniane, etc., spesso caratterizzate da dogmatismo e ignoranza degli altri approcci.
In questo webinar Migone discute brevemente cinque aspetti della terapia sistemica: 1) il concetto di contesto; 2) il concetto di relazione; 3) la teoria generale dei sistemi; 4) la cibernetica e la causalità circolare; 5) il paradosso e il doppio legame. All’interno della discussione sulla causalità circolare, accenna al concetto psicoanalitico di identificazione proiettiva e a quello psichiatrico di Emotività Espressa.
Per approfondimenti, si può consultare il capitolo 2 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (Milano: FrancoAngeli, 1995, 2010).
Isteria e personalità istrionica
Qual è la differenza tra le personalità “istrionica” e “isterica”? Come mai nel 1980 il DSM-III ha tolto la personalità isterica dalla nosologia psichiatrica americana, lasciando solo la personalità istrionica, facendo quindi rientrare sotto di essa molti dei quadri che un tempo venivano definiti isterici? In questo webinar il dott. Migone cercherà di rispondere a queste e ad altre domande parlando più approfonditamente degli aspetti descrittivi, storici e psicodinamici della personalità istrionica, e toccando anche alcuni aspetti dell’isteria, che è stata così importante per la nascita e lo sviluppo della psicoanalisi. La personalità istrionica necessita più che mai di essere approfondita, in quanto permane tuttora una certa area di confusione: si pensi che secondo Kernberg essa, così come viene descritta dal DSM-III, è molto simile a quella borderline, se non praticamente sovrapponibile, infatti alcuni ricercatori [Pope et al., 1983] hanno riportato che il 74% di un campione di pazienti borderline soddisfacevano anche i criteri del disturbo istrionico. Discutendo questo disturbo, si continuerà idealmente il discorso sulla personalità borderline, alla quale il dott. Migone aveva già dedicato il webinar “Il disturbo borderline”. Così come la personalità borderline è sempre stata nel crocicchio tra psichiatria e psicoanalisi, mettendo così alla prova i ricercatori di questi due campi di indagine nel trovare strumenti comuni di dialogo e di ricerca, anche il disturbo istrionico, associato storicamente all’isteria e quindi di interesse privilegiato degli psicoanalisti, ha stimolato un interesse sempre maggiore da parte degli psichiatri, ed è stato anch’esso testimone di alcuni dei rapidi cambiamenti avvenuti in questo campo. Infatti la somiglianza clinica tra le personalità istrionica e borderline esemplifica alcuni dei problemi legati al tormentato rapporto tra diagnosi descrittiva e diagnosi psicodinamica. Uno dei risultati di questo confronto è l’abbandono del termine “isteria”, considerato non abbastanza specifico dal punto di vista descrittivo (e per certi versi anche psicodinamico).
Cinque webinar di Paolo Migone:
Il problema dell’integrazione in psicoterapia
Le psicoterapie brevi
La psicoterapia online
Terapia sistemica e terapia psicodinamica: in che modo sono diverse?
Isteria e personalità istrionica
Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva
Terapista Occupazionale
Infermiere
Assistente Sanitario
Mario Barenghi Professore Ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea, Dipartimento di Scienze Umane per
la Formazione “Riccardo Massa”, Università di Milano Bicocca.
Gabriella Caramore Saggista e conduttrice radiofonica, docente presso Associazione Nuova Accademia.
Matteo Meschiari Professore associato presso l’Università degli Studi di Palermo, Dipartimento Culture e Società.
Laura Pigozzi Psicoanalista e saggista.
Rocco Ronchi Professore Ordinario di Filosofia Teoretica e Docente IRPA – Istituto di Psicoanalisi Applicata.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Il ciclo di lezioni “Parole del futuro”, realizzato in collaborazione con la rivista “doppiozero”, individua cinque parole che immaginiamo conteranno nel tempo prossimo, nella quotidianità individuale così come nella vita collettiva, nonché in una prospettiva universale: desiderio, coraggio, sopravvivenza, narrazione, sapere. Approfondirne etimi, storia e senso non è di solo interesse culturale, ma può offrire strumenti al terapeuta per comprendere e gestire quei pazienti che nella crisi personale avvertano anche l’oppressione della crisi sistemica. Cercando tra questi cinque lemmi una radice significante comune: una nuova etica della solidarietà, essenziale nel futuro sempre più complesso che ci attende.
È affidata alla saggista Gabriella Caramore e una riflessione sul desiderio, trasformatasi nei secoli sino ad assumere le forme del presente e a prospettarsi quale parola sulla quale è forse possibile costruire il nostro futuro. Lunga la sua storia, come quella di tutte le parole fortemente simboliche: l’excursus la ripercorre per snodi, attraverso la psicoanalisi, la filosofia, l’epica, la politica, l’arte, soffermandosi sull’espressione poetica che forse più di altre si addice ad afferrare una materia viva, dalle profondità oscure, qual è il desiderio. Ma per capire come potrà il desiderio diventare pulsione positiva nel nostro futuro, aprendo squarci di libertà in una società che così poca ne lascia, bisognerà guardare verso orizzonti di trascendenza aperti all’alterità: umana, artistica, scientifica. Non prima di aver idealmente riscritto una nuova etica del desiderio.
Il tema è ripreso da Laura Pigozzi, che ricorda come per Lacan il coraggio fosse appunto “il coraggio di procedere nel proprio desiderio”. Ma chi è veramente coraggioso oggi, e chi lo sarà domani, riflette la psicoanalista e scrittrice. Chi per esempio sa tenersi lontano dal potere, o chi rifugge il conformismo. In una società che anche nella scuola prolunga il benessere (o malessere) familiare, neppure la scuola è fucina di coraggio, serbatoio invece di disagi giovanili e patologie “del controllo”. E se il coraggio implica di per sé la dimensione del futuro, i bambini lo rappresentano, se considerati dai genitori non come oggetti privati ma quali soggetti del mondo. Così come spetta ai genitori l’atto di coraggio di liberare da sé i propri figli. O ancora nella dimensione familiare, il futuro dovrebbe vedere cadere l’ultimo tabù: il coraggio di riconoscere il desiderio di una donna di non essere madre.
Quale parola più di sopravvivenza segnerà il nostro futuro? Ne parla l’antropologo Matteo Meschiari ora che siamo entrati nell’antropocene, un’epoca di rivolgimenti globali: geologici, climatici, economici, culturali. Fondamentale sarà sviluppare l’immaginazione, anche detta “vicarianza”, ovvero la capacità di formulare e testare sistemi virtuali per tentare di arginare il sistema di collassi complessi che già viviamo. “Preparismo” e “survivalismo”, fenomeni già avviati nella società americana, oltre agli aspetti per noi europei folkloristici dimostrano quanto la “preparedness”, benché condizione mentale controintuitiva, possa fare la differenza tra la vita e la morte. Non tuttavia una salvezza riservata alle élite, bensì a tutta la comunità, secondo quella “pro-socialità” che gli antropologi chiamano “antropologia del dono”. Dove alla lotta darwiniana tra specie dovrà subentrare un modello di solidarietà che sola potrà essere salvifica.
Narrazione è già parola dominante, candidata a restare nel futuro. Ne ripercorre la storia il romanziere Mario Barenghi, ricordando altri termini che un tempo l’avrebbero sostituita. Il grande successo di questo lemma è legato all’importanza che la modalità narrativa ha assunto in ogni campo del sapere: psicologia, antropologia, scienze naturali, arte e letteratura, economia. L’”homo narrans” non solo racconta storie, ma ne ha un bisogno istintivo, una dipendenza emotiva. Il flusso continuo di storie nel quale siamo immersi acuisce la nostra sensibilità al racconto, che diventa strumento cognitivo. Leggere un romanzo, vedere un film, assistere a una pièce teatrale assumendo un atteggiamento estetico, permette un’esperienza emotiva che prescinde dal filtro critico. Uscire da noi stessi per entrare nei sentimenti e nelle emozioni altrui significa superare la nostra dimensione di vita e concepire mondi diversi. Il presupposto per provare a cambiare la realtà.
La chiosa filosofica è affidata al filosofo Rocco Ronchi, che disquisisce sul sapere chiedendosi quale sarà il suo ruolo nel futuro. Perché, come l’etimo indica, è assunto della filosofia l’amore per il sapere, che per il filosofo si trasforma in tensione desiderante, quasi erotica. Uno sguardo alla filosofia classica da Socrate a Platone, passando attraverso Cartesio fino ad arrivare a Husserl che traghettano la filosofia nella modernità, l’atto filosofico è sistematica decostruzione di tutti gli oggetti del sapere, nessuno dei quali può aspirare allo stato di idea. Si tratta di evertere il sapere costituito e la memoria tramandata mediante un atto filosofico che, per amore dell’assoluto, ne sia critica sistematica, rasentando la scepsi, ovvero lo scetticismo. Ma se non c’è sapere che non sia trasmissibile, di generazione in generazione, la riflessione sulla sua sopravvivenza chiama in causa la comunità e si apre a una dimensione universale.
Desiderio. Lezione di Gabriella Caramore
Coraggio. Lezione di Laura Pigozzi
Sopravvivenza. Lezione di Matteo Meschiari
Narrazione. Lezione di Mario Barenghi
Sapere. Lezione di Rocco Ronchi
Medico Chirurgo: Continuità assistenziale, Medico di comunità, Medico generale, Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Pediatra, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore professionale
Logopedista
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Infermiere
Assistente sanitario
Roberto Beneduce Professore ordinario in discipline demoetnoantropologiche, Università degli Studi di Torino; fondatore del Centro Frantz Fanon.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Il ciclo di incontri avente come tema l’etnopsichiatria ha l’ambizione di offrire elementi introduttivi a un sapere complesso quanto controverso, la cui conoscenza, per i clinici (psichiatri, psicoterapeuti, psicologi), è andata crescendo progressivamente fino a imporsi come uno strumento imprescindibile nell’incontro con espressioni e idiomi della sofferenza e del disturbo psichiatrico con i quali si ha scarsa consuetudine.
Praticare l’etnopsichiatria in modo congruo e rigoroso richiede, però, oggi un triplice passo epistemologico: 1) acquisire piena consapevolezza delle radici storiche di un sapere nato nel contesto delle colonie; 2) esplorarne le rigogliose connessioni con altre discipline (la psicoanalisi, l’etnologia, l’antropologia simbolica, la linguistica, la storia delle religioni) per coglierne tutta la densità teorica; 3) pensare il suo sviluppo e la sua applicazione non solo in riferimento al ruolo della differenza culturale nell’interpretazione e nella cura dei disturbi psichici, ma anche per interrogare il rapporto costitutivo fra ordine sociale, malattia mentale e saperi della cura.
Questo ultimo aspetto ha una evidente ricaduta: “etnopsichiatria” non è solo “la psichiatria degli altri” ma la stessa psichiatria occidentale, le cui categorie diagnostiche, i cui strumenti terapeutici e i cui criteri di efficacia sono anch’essi – e non potrebbero non esserlo – culturali, ossia coerenti con un particolare orizzonte sociale e in dialogo con le inquietudini di un tempo e di una società particolari (non esiste dunque una psichiatria e una etnopsichiatria, dal momento che ogni psichiatria è sempre un’etnopsichiatria).
All’interno di questa prospettiva, dopo aver esplorato i concetti fondamentali e i pionieri di questo sapere, fra i quali spicca in Italia il nome di Ernesto de Martino, il corso indaga alcune delle principali scuole ed esperienze (quella di Fann-Dakar, ad esempio) nonché altri modelli di cura della malattia mentale (ciò che viene spesso definito nel suo insieme come il campo delle “medicine tradizionali”), per approdare poi all’etnopsichiatria della migrazione come al territorio che più ha consentito di misurare da un lato i limiti della psichiatria occidentale, dall’altro l’urgenza di immaginare una clinica in grado di confrontarsi con altre eziologie e altre semantiche del male.
Il corso prende in considerazione, nell’ultima parte, alcune recenti categorie diagnostiche (PTSD, sindrome della rassegnazione, solastalgia, ecoansia, ecc.) per analizzarne in chiave etnopsichiatrica i presupposti ideologici e i legami con le incertezze derivanti dalle politiche della cittadinanza o dalle minacce della crisi ambientale e climatica.
Tre lezioni a cura di Roberto Beneduce:
Che cosa è l’etnopsichiatria?
Etnopsichiatria e migrazione
Dalla critica del diagnosticismo alle promesse dell’eco-etnopsichiatria
Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Infermiere
Assistente Sanitario
Benedetto Farina Professore Ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Europea di Roma (UER).
Alessandra Lemma Consulente presso l’Anna Freud National Centre for Children and Families.
Clara Mucci Professore Ordinario di Psicologia Dinamica, Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi di Bergamo.
Laura Muzi Ricercatrice in Psicologia Clinica presso il Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione, Università degli Studi di Perugia.
Grazia Spitoni Professore associato, Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Sapienza Università di Roma.
Vittorio Lingiardi Psichiatra e psicoanalista, Professore Ordinario di Psicologia Dinamica, Sapienza Università di Roma, Presidente SPR-IAG (Italy Area Group).
Dal corpo non si scappa, il corpo è un tema trasversale e sempre contemporaneo. Nella sua presenza e ancor più nella sua assenza o nella distanza. Il corpo, che è uno solo, si moltiplica negli sguardi disciplinari e si ricompone nel loro incontro: è nel diritto e nella salute, nel linguaggio e nell’arte, nelle gender politics e nel fenomeno migratorio. È nell’esame del medico, obiettivo, istologico, radiografico. È nelle pratiche dello sport e nello studio dei neuroni specchio. È nell’esperienza della cura psichica, nella dimensione del trauma e nei disturbi del comportamento alimentare.
Le neuroscienze, soprattutto quando applicate all’indagine clinica, studiano le immagini e le rappresentazioni corporee, il concetto di u003cemu003eembodimentu003c/emu003e, l’affective touch e le realtà immersive.
Soprattutto per le generazioni più giovani, il corpo è sempre più un luogo della ricerca identitaria, soglia e limite tra interiorità e esteriorità. Un corpo da modificare anche radicalmente, da potenziare o esibire, su cui tracciare i segni di un dolore che non trova le parole. Un corpo che il diritto può riconoscere o disconoscere, a partire dalle vicende di libertà e relazione che in esso si incarnano. Il corpo è nelle tecnologie, nella moda dei tatuaggi e nelle sessualità. È nel tempo che passa. La pandemia Covid-19 ha messo una lente d’ingrandimento sui nostri corpi: la loro cura e la loro legislazione, il contatto e la distanza. Ascoltiamo i corpi e le loro storie: passate, presenti e future.
Nella sua dissertazione, psicoanalitica con elementi di sociologia e letteratura, Clara Mucci ripercorre la storia del corpo delle isteriche, da Freud a Lacan, per evidenziare l’immutata richiesta di affetto infantile, più che il richiamo sessuale, delle pazienti di ieri e di oggi. Chiedendosi che diversa valenza assuma, nella contemporaneità dei binarismi culturali messi in discussione, la questione del genere, della sessualità e del potere.
Grazia Spitoni dedica la sua lezione al contributo delle neuroscienze alla comprensione dei disturbi alimentari, in particolare nella differenza tra corpi rappresentati e corpi percepiti. Dopo una premessa storico scientifica, si analizzano le alterazioni anatomo-funzionali, i deficit cognitivi e la dicotomia tra immagine corporea e schema corporeo. Immaginando modelli meno condizionanti grazie all’onda social del “body positivity”.
Anoressia, bulimia, obesità, vigoressia, dismorfismo sono le forme del corpo che Laura Muzi analizza nella sua lezione sulla comprensione dei disturbi alimentari. Le definizioni e l’approccio diagnostico del DSM-5 e quello più centrato sull’individuo del PDM-2 fungono da base per scoprire anche le forme emergenti di pattern alimentari disfunzionali, come l’ortoressia nervosa, da affrontare anche in una prospettiva psicodinamica.
Citando casi raccolti anche nella sua esperienza clinica in carcere, Alessandra Lemma indaga le ragioni di modificazioni corporee quali tatuaggi, piercing, scarificazioni, interventi di chirurgia estetica. Manifestazioni di persone affette da patologie mentali delle quali i corpi raccontano le storie, segnate da abusi fisici ed emotivi. Ma pratiche ormai diffuse anche in chi vi simbolizza forme di empowerment, ribellione, autodeterminazione.
Nella sua lezione sui danni del corpo conseguenti ad esperienze traumatiche, Benedetto Farina sgombra il campo da interpretazioni simboliche della sofferenza psichica promosse per decenni dalla manualistica internazionale. Con esempi di casi clinici e citazioni letterarie e filmiche, nel solco della psicotraumatologia attuale si afferma l’evidenza patologica del dolore fisico legato ai traumi dello sviluppo.
Il corpo isterico: esiste ancora? Lezione di Clara Mucci
Le forme del corpo: anoressia, obesità, vigoressia, dismorfismo. Lezione di Laura Muzi e Grazia Spitoni
La pelle: piercing, tatuaggi e psoriasi. Lezione di Alessandra Lemma
Il corpo del trauma. Lezione di Benedetto Farina
Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta
Psicologo, Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Infermiere
Assistente Sanitario
Benedetto Farina è Professore Ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Europea di Roma. Vice coordinatore del corso di laurea magistrale in psicologia della UER. Membro del collegio dei docenti del Corso di Dottorato in “Psicologia dinamica e clinica” dell’Università Sapienza di Roma. È membro del Scientific Advisory Board dell’International Society for the Study of Trauma and Dissociation. Socio didatta e membro del Direttivo della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, nonché socio ordinario dell’Associazione Italiana di Psicologia (AIP), della European Society for Trauma and Dissociation, di EMDR Italia. E’ stato vincitore del Richard P. Kluft Award for Journal of Trauma and Dissociation 2015 Best Article.
Alessandra Lemma è Fellow della British Psychoanalytical Society e consulente presso l’Anna Freud National Centre for Children and Families del Regno Unito. Attualmente è Visiting Professor all’University College di Londra; è stata Visiting Professor all’Istituto Winnicott, all’Università Sapienza di Roma e al Centro Winnicot di Roma e Honorary Professor di Psychological Therapies presso la School of Health and Human Sciences, University of Essex. Per molti anni ha lavorato presso il Tavistock and Portman NHS Foundation Trust dove è stata, in momenti diversi, a capo della psicologia e docente di terapie psicologiche. È stata redattrice della serie di libri New Library of Psychoanalysis (Routledge) per dieci anni fino al 2020 ed è stata una delle redattrici regionali dell’International Journal of Psychoanalysis fino al 2018.
Clara Mucci è psicoterapeuta a indirizzo psicoanalitico e professore ordinario di Psicologia dinamica presso l’università di Bergamo, dove è Presidente del Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica. Fino al 2012 è stata ordinaria di Letteratura Inglese e teatro shakespeareano presso l’università di Chieti. Dopo la laurea in letteratura inglese ha proseguito gli studi (in letteratura e psicoanalisi) con un PhD in studi interdisciplinari presso l’Institute of Liberal Arts, Emory University, Atlanta, USA, e un dottorato in Anglistica presso l’università di Genova. Ha poi conseguito la laurea in Psicologia e la specializzazione in Psicoterapia psicoanalitica a Milano (SIPP), dopo aver effettuato un tirocinio di sei mesi come Fellow di Psicologia presso l’Istituto per i Disturbi di Personalità diretto, a New York e a White Plains, NY, da Otto Kernberg. Ha conseguito il titolo per effettuare lo scoring della AAI (Adult Attachment Interview, per la scuola di Main e Hesse, Berkeley, Usa, sotto la guida di Jakobson, Dazzi e Speranza, e la RF (Reflective Functioning) con un training con Howard Steele, Co-Director, Center for Attachment Research, New School, New York. Ha scritto numerosi articoli e dieci monografie su letteratura e psicoanalisi, teorie della letteratura e scrittura al femminile, psicoanalisi e psicologia clinica. Tra i più recenti volumi in quest’ultimo settore, Trauma e perdono, 2014, Raffaello Cortina Editore, Corpi Borderline, Norton e Cortina, 2020, Resilience and Survival, Confer Books, London.
Laura Muzi è psicologa, dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica e Clinica. Attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, Sapienza Università di Roma.
Grazia Fernanda Spitoni è professore associato nel settore scientifico disciplinare M-PSI03; docente presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dei corsi di Data Analyses and statistical testing in cognitive neuroscience e di Disegni, Analisi dei dati e Statistica psicometrica nelle neuroscienze; presso scuola di specializzazione in Neuropsicologia e presso la scuola di dottorato in Neuroscienze del Comportamento dell’Università Sapienza di Roma. E’ membro della SINP (Società Italiana di Neuropsicologia); della SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva); della Npsa (The International Neuropsychoanalysis Society) e della IASAT (International Association for the Study of Affective Touch).
Guido Giovanardi Ricercatore in Psicologia Dinamica presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Sapienza Università di Roma
Vittorio Lingiardi Psichiatra e psicoanalista, Professore Ordinario di Psicologia Dinamica, Sapienza Università di Roma, Presidente SPR-IAG (Italy Area Group)
Marianna Liotti Dottoranda in Psicologia Dinamica e Clinica, Sapienza Università di Roma
Gabriele Lo Buglio Dottorando e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Sapienza Università di Roma
Nancy McWilliams Psicologa clinica e psicoanalista, docente della Rutgers University (New Jersey, USA), autrice di testi psicoanalitici fondamentali e curatrice della seconda edizione del PDM (Manuale Diagnostico Psicodinamico). E’ stata presidente della Divisione di Psicoanalisi dell’American Psychological Association (APA)
Marta Mirabella Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Sapienza Università di Roma
Laura Muzi Ricercatrice in Psicologia Clinica presso il Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione, Università degli Studi di Perugia
Vittorio Lingiardi Psichiatra e psicoanalista, Professore Ordinario di Psicologia Dinamica, Sapienza Università di Roma, Presidente SPR-IAG (Italy Area Group)
Nel suo ultimo libro “La supervisione. Teoria e pratica psicoanalitiche”, appena tradotto e pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, Nancy McWilliams condensa la saggezza di una carriera consacrata all’attività clinica, alla scrittura saggistica, all’insegnamento e alla supervisione. Il testo, pensato e scritto per i clinici di ogni formazione e disciplina, ci introduce alla supervisione individuale e di gruppo, alla formazione in psicoanalisi e alle sue complesse problematiche etiche. Tenendo vivo il dialogo tra saggezza clinica e dati di ricerca, McWilliams approfondisce le dinamiche personali, le forme di diversità e gli equilibri di potere che possono caratterizzare la relazione di supervisione, risorsa cruciale nel percorso di crescita del clinico.
La supervisione, che per Freud è un’attività “educativa”, secondo l’Autrice rappresenta un modello di formazione ambizioso e intimo, dotato di obiettivi che non si esauriscono nella trasmissione di specifiche tecniche. McWilliams sottolinea come il lavoro di supervisore, rispetto a quello di terapeuta, richieda capacità di giudizio ancora più raffinate e particolari maturità e consapevolezza. Dalle origini freudiane, la pratica della supervisione ha cambiato volto e si è confrontata con molte teorie e diversi contributi, per esempio, i concetti di “alleanza di apprendimento” e di “processo parallelo”.
Come sempre, Nancy McWilliams, refrattaria a posizioni rigide e polarizzate, espone le sue idee e il suo lavoro con ampio respiro, sensibilità e saggezza clinica, fornendo consigli ai clinici in formazione e ponendo l’accento sui vari compiti dei supervisori, per esempio seguire i clinici più giovani nella formulazione del caso e nella verifica degli obiettivi della terapia.
Questo webinar si propone di approfondire non solo alcuni elementi chiave della supervisione clinica, ma anche di fornire una visione allargata e interdisciplinare, perché, dice McWilliams, “se una supervisione è buona, lo è indipendentemente dall’orientamento teorico del supervisore, del terapeuta o dal setting”.
La caratteristica unica di questo webinar è la presenza di giovani psicologi clinici e psicologhe cliniche, psicoterapeuti e psicoterapeute, chiamati a rivolgere a Nancy McWilliams i loro quesiti sui temi della supervisione. Così come nel volume che ha ispirato questo incontro il tema del dialogo e del confronto è vitale, anche questo webinar si configura come una possibilità di esplorazione interattiva e di colloquio su tematiche fondamentali legate alla supervisione. Questo webinar interattivo rappresenta inoltre la possibilità di assistere alla presentazione, alle intuizioni e alle argomentazioni “in presa diretta” di una grande terapeuta esperta in supervisione. Vittorio Lingiardi introdurrà i lavori.
È prevista traduzione simultanea.
18.00 – 18.10 Introduzione di Vittorio Lingiardi
18.10 – 18.30 Intervento di Nancy McWilliams
18.30 – 19.30 Domande di Guido Giovanardi, Marianna Liotti, Gabriele Lo Buglio, Marta Mirabella e Laura Muzi e risposte di Nancy McWilliams
Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta
Il concetto di Sé in psicoterapia è oggi quanto mai impreciso, anche perché è usato da scuole diverse e ciascuna all’interno della propria teoria di riferimento. In questo seminario Paolo Migone spiega innanzitutto che il termine Sé può essere inteso in due modi molto diversi tra loro: il primo si riferisce al Sé come una “cosa”, una struttura con delle funzioni, potremmo dire alla mente di una persona (o alla persona stessa, alla sua personalità) e in questo caso si parla sempre in terza persona, può essere descritto o studiato con diverse modalità (ad esempio osservative o sperimentali); il secondo modo di intendere il Sé è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima, una certa idea o vissuto di sé, e così via).
A proposito del secondo modo di intendere il Sé, cioè come rappresentazione soggettiva di se stessi, bisogna però dire che per avere una rappresentazione di se stessi, per percepire un “senso di sé”, è necessario essere autocoscienti, avere l’autoconsapevolezza, cioè aver raggiunto un livello maturativo sufficiente. Nel caso del neonato ad esempio non si può parlare di questo tipo di Sé, perché occorre che abbia raggiunto almeno un anno e mezzo o due anni di vita, dato che nei primi mesi non è autocosciente. Naturalmente il neonato ha un Sé, ma si tratta per forza di un Sé inteso nella prima accezione, cioè di una mente dotata di un insieme di strutture e funzioni – anche molto sofisticate, che gli permettono per esempio di muoversi nell’ambiente e compiere azioni mirate – che però lo fanno assomigliare a questo riguardo agli animali, anch’essi estremamente abili ma senza autocoscienza (ad eccezione forse dello scimpanzé, il primate che più si avvicina all’uomo). Raggiunto un certo livello maturativo (e lo si può constatare, ad esempio, dalla capacità di riconoscersi allo specchio, e si noti che gli animali non sanno riconoscersi allo specchio), il bambino diventa gradualmente capace di rappresentare se stesso e quindi di possedere un Sé nella seconda accezione del termine, quella soggettiva o esperienziale. Dobbiamo quindi dire che coloro che utilizzano il termine Sé per un neonato in questa seconda accezione sbagliano, peccando di adultomorfismo. È invece del tutto giustificata l’espressione “Sé neonatale”, nel primo significato del termine, come struttura sottostante all’insieme delle funzioni mentali del bambino. 7, ad esempio, usa questo termine per descrivere le varie fasi della formazione del Sé nel bambino: “Sé emergente” (2 mesi), “Sé nucleare” (2-6 mesi), “Sé soggettivo” (8-18 mesi), “Sé verbale” (24 mesi). Non si può neppure dire, in senso dinamico, che il neonato abbia un Sé inconscio, perché il suo Sé (per forza inteso come un insieme di funzioni) non è mai stato rimosso (potremmo dire che è un Sé “non cosciente” nel senso che è tacito, implicito, procedurale, si tratta cioè di “inconscio cognitivo” e non di “inconscio psicoanalitico” o “dinamico” – su questo tema si veda il seminario di Paolo Migone su “L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo”). Possiamo parlare di un Sé inconscio solo dopo che il soggetto ha raggiunto quel livello maturativo che gli permette di avere una rappresentazione di sé ed eventualmente di rimuoverla (tra parentesi: in genere si scrive “Sé” con la iniziale maiuscola quando lo si usa come concetto, altrimenti si usa la minuscola). Ma possiamo fare questa ipotesi solo se aderiamo a una concezione psicodinamica e non strettamente fenomenologica, dato che gli approcci fenomenologici (e anche umanistici), prescindendo dal concetto di inconscio, in genere usano il termine Sé come rappresentazione conscia, sottovalutando così l’ipotesi – tipicamente psicoanalitica – che la coscienza possa basarsi su un autoinganno (Freud ad esempio diceva che “l’Io non è padrone in casa propria”, o che è una “marionetta”). In psicoanalisi possiamo ipotizzare che il paziente si difenda dall’essere pienamente consapevole di certe immagini di sé, ad esempio può negare una rappresentazione negativa di sé perché dolorosa, e grazie alla psicoterapia che lo rende più forte e sicuro può fare a meno di certe sue difese “narcisistiche” e ammettere di avere debolezze che prima negava. Tipicamente in psicoterapia noi lavoriamo su questo Sé, cioè sul modo con cui il paziente rappresenta se stesso, con cui “si vive”: può essere depresso oppure felice, può avere una bassa autostima, sentirsi svuotato, spento, vivo, eccitato, entusiasta, e così via, oppure può sentirsi confuso, avere idee contraddittorie di sé, caotiche, incoerenti, etc. Queste immagini che il paziente ha di sé sono l’oggetto della nostra attenzione terapeutica, e cerchiamo di aiutare il paziente a ordinarle, a dare loro un senso, eventualmente a fare a meno di certe difese nel caso ci sembri che le utilizzi, affinché arrivi a una maggior autenticità e congruenza con il suo mondo interiore.
Come si diceva, l’idea che una persona possa avere un’immagine di sé non vera, cioè che possa difendersi da un’altra idea di sé rimuovendola, è tipicamente psicoanalitica e si riferisce a un concetto che è sempre stato centrale in psicoanalisi, quello di conflitto, e precisamente di conflitto intrapsichico (non di conflitto esterno, cioè tra sé e il mondo esterno, perché questo è un discorso diverso, che non caratterizza la psicoanalisi in senso stretto o “classica” ma la psicoanalisi interpersonale o relazionale, che non a caso trova congeniale l’uso del termine Sé). Freud per cercare di descrivere il conflitto psichico aveva coniato dei termini che sono diventati molto conosciuti e che hanno caratterizzato la seconda topica (detta anche teoria strutturale o tripartita), e cioè Es, Io e Super-Io, e non a caso Freud non parlava mai di Sé (a volte ha utilizzato questo termine, ma in modo intercambiabile con quello di Io). Freud cioè voleva descrivere nel modo più chiaro possibile le istanze (le strutture) che dividevano la psiche caratterizzandole per il tipo di motivazione che avevano: l’Es voleva essere la parte istintuale, “animale”, pulsionale, di ciascuno di noi, che a volte deve essere controllata o regolata; l’Io voleva essere la parte razionale, il centro della persona, che si difende dall’Es e che regola i rapporti con la realtà esterna e anche con la forza del Super-Io; il Super-Io (che di fatto può essere visto come una provincia dell’Io) voleva rappresentare i valori che ci guidano, che a volte possono entrare in conflitto con l’Io e certamente con l’Es, e che possono essere anche potenti tanto quanto l’Es (si pensi ai forti sensi di colpa di cui può soffrire un paziente). Al di là di queste caratterizzazioni, quello che Migone sottolinea è che la psiche per Freud era divisa, in conflitto, e che il compito della terapia poteva essere quello di dipanare questi conflitti, ad esempio chiarendoli meglio, facendoli venire alla luce, rendendo l’Io più padrone, più capace di gestirli, prendendo distanza ad esempio da sue motivazioni in conflitto o non integrate col resto della personalità. L’obiettivo della terapia voleva essere in sostanza quello di armonizzare le varie parti della psiche “unificandola”, eliminando cioè le “divisioni” interne, divisioni che possono paralizzare la persona impedendole di raggiungere i propri obiettivi di vita. Da questo punto di vista, potremmo dire, ad esempio, che quando la psiche funziona in modo ottimale e armonioso, vi è un “Io forte”, equilibrato, e così via, ma la cosa interessante è che alcuni autori – come ad esempio Heinz Kohut – in questo caso usano l’espressione “Sé coeso”. Va precisato però che Kohut – diversamente da Heinz Hartmann che nel 1950 definì il Sé come la rappresentazione della persona da parte dell’Io – usava il termine Sé per alludere alla totalità della persona, non necessariamente in conflitto con se stessa e dotata di un programma di sviluppo che porta all’autorealizzazione armoniosa di se stessa in presenza di un ambiente facilitante. Quindi siamo di fronte a un’altra posizione filosofica, a una differente concezione dell’uomo, e infatti questo Sé non ha conflitti innati e tende alla socializzazione con gli altri. Certo, potranno esservi dei conflitti, ma non tra strutture interne bensì tra il Sé e l’ambiente, tra il Soggetto e l’Oggetto, conflitti che poi possono anche venire internalizzati e quindi sembrare conflitti intrapsichici (diventano “l’ombra dell’oggetto”), ma possono virtualmente risolversi se vi è un ambiente ottimale perché la persona (il Sé) tende naturalmente ad andare d’accordo con se stessa e con gli altri. Molti degli approcci che usano il termine Sé, ad esempio, rifiutano le pulsioni freudiane (quindi l’idea di conflitto intrapsichico): Harry Stack Sullivan e la psicoanalisi interpersonale americana negli anni 1930-40 avevano abiurato alla teoria delle pulsioni (e per questo avvenne la rottura con la psicoanalisi di allora); Kohut non credeva nelle pulsioni, cioè non credeva che esistesse la struttura tripartita Es/Io/Super-Io ma, come si è detto, che esistesse solo il Sé, e che quando comparivano le pulsioni, o le strutture Es/Io/Super-Io, queste fossero solo un “prodotto di disintegrazione”, un by-product, di un fallimento empatico nella relazione (è per questo che diceva che il complesso di Edipo non era primario, ma secondario a un difetto nella relazione con la madre, la quale veniva erotizzata dal bambino nel tentativo estremo di avere un rapporto con lei, di raggiungerla); la teoria delle relazioni oggettuali e la psicoanalisi relazionale contemporanea sottolineano l’importanza della relazione interpersonale come principale causa della psicopatologia; e così via. Migone in questo seminario quindi discute alcuni aspetti del dibattito sul concetto di Sé, chiarendo anche la differenza tra il Sé e le strutture Es, Io e Super-Io, e fa alcune ipotesi sui motivi per cui nella psicoanalisi contemporanea viene sempre meno usato il termine Io e preferito il termine Sé. Per chi fosse interessato ad approfondire alcuni aspetti di questa problematica in rapporto alla “Psicologia del Sé” di Heinz Kohut, può consultare il capitolo 10 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).
Lectio di Paolo Migone
Andrea Cortellessa Critico letterario e storico della letteratura italiana, professore associato all’Università degli Studi Roma Tre
Pino Donghi Direttore artistico, editor, conduttore, curatore di collane editoriali, saggista
Nicole Janigro Psicologa psicoterapeuta, giornalista e scrittrice
Romano Madera Filosofo e psicoanalista, ha fondato “Philo” (Scuola superiore di pratiche filosofiche) e SABOF (Società di analisi biografica a orientamento filosofico)
Giuseppe Previtali Assegnista di ricerca e Professore di Storia del cinema presso l’Università degli studi di Bergamo
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta
Alla guerra che non si ferma nel cuore dell’Europa, Synapsis dedica un intero ciclo di lezioni in collaborazione con la rivista “doppiozero” e i suoi intellettuali. Com’è nostra vocazione, spaziamo in diversi campi del sapere anche nell’affrontare il concetto di “guerra”, associandolo a diverse discipline che ne aiutino la comprensione, se non l’accettazione.
Ha una prospettiva filosofica la dissertazione del filosofo e psicoanalista Romano Madera, che nel chiedersi se la guerra sia inevitabile, la spiega attraverso la teoria della “pseudo-speciazione”, introdotta dallo psicologo e psicoanalista Erik Erikson, poco utilizzata nelle scienze umane, molto nella psicologia sociale e nell’etologia umana. Secondo la quale, a differenza del mondo animale, la specie umana non riconosce il nemico come tale, mettendo in atto dinamiche che, a partire dall’antichità, sacrificano vittime quali capri espiatori. Più strettamente allegata all’attualità del conflitto in Ucraina è la coda dell’intervento di Madera, che risale alle radici storiche e culturali, necessariamente da conoscere, di un evento annunciato.
Con taglio storico, documentato sulle fonti, la psicoterapeuta Nicole Janigro ricostruisce i legami con la Grande guerra di Sigmund Freud e dell’allievo Gustav Jung. Come rivelano scritti e lettere, il padre della psicoanalisi se ne trovò coinvolto inizialmente per la leva dei figli maschi, fino a che le nevrosi traumatiche arriveranno a influenzare il suo pensiero, formando nuovi materiali alla psicoanalisi. Mentre Jung, allo scoppio della guerra ufficiale medico ma da tempo perseguitato da incubi e visioni di morti e sangue un’Europa devastata, attribuì lo scoppio del conflitto allo sfogo della psiche collettiva, arrivando ad assegnare un carattere psichico, costituito da miti e archetipi, a popoli e nazioni.
È ancora Nicole Janigro, nella sua seconda lezione, ad argomentare attraverso il pensiero di filosofi, scienziati, letterati la tensione verso la pace non ancora soddisfatta. Dopo il Novecento secolo più ogni altro afflitto da guerre, la cultura della pace è un articolo (28) della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nonché educazione in alcuni Stati. Se Eric Fromm da filosofo si interroga sulle ragioni del male chiamando in causa l’anatomia della distruttività umana, l’etologo Irënaus Eibl-Eibesfeldt afferma l’urgenza di sviluppare una nuova cultura della pace superando ogni pregiudizio antropocentrico, mentre René Girard pone la rinuncia alla violenza quale conditio sine qua non per la sopravvivenza dell’umanità.
Con visione poetica che si apre alle arti tutte, il critico letterario e storico della letteratura Andrea Cortellessa ripercorre gli scritti memorabili folgoranti di poeti e letterati italiani tra le due guerre. Da Federico De Roberto che nella novella La paura oppone una natura snaturata ai parafernalia bellici, a Eugenio Montale che alla guerra dedicò solo una poesia di Ossi di seppia, folgorante per il verso “le notti chiare erano tutte un’alba”. Dagli interventisti Gabriele D’Annunzio e Ardengo Soffici al disilluso Carlo Emilio Gadda e al dolente Giuseppe Ungaretti, dalla memorialistica riscoperta dei soldati illetterati, fino alla violenza espressionista, autocensurata di Clemente Rebora: il sommo poeta della grande guerra.
Strettamente legata alla guerra, la scienza è responsabile delle più micidiali invenzioni belliche, non di rado trasformate in risorse per l’umanità. Pino Donghi, comunicatore scientifico, ripercorre la storia del legame tra guerra e scienza, ponendo l’accento sugli episodi più sconosciuti e curiosi, in relazione alle arti, allo spettacolo, a cinema. Dalle due guerre mondiali segnate dall’uso dell’atomica, attraverso le guerre post-coloniali del secondo Novecento, fino ai conflitti attuali dove anche la chimica e la biologia entrano in gioco, l’excursus bellico coincide, sorprendentemente, con la storia della scienza e dei più grandi scienziati.
Il ciclo comprende un’incursione anche nel cinema e nei media audiovisivi che con la guerra hanno sempre avuto uno stretto legame. Come argomenta in una documentata e trasversale lezione Giuseppe Previtali, le invenzioni cinematografiche e belliche sono così legate da avere radici linguistiche comuni (si pensi al verbo inglese to shoot: sparare e fotografare). Dalla prima guerra mondiale le immagini prodotte hanno valenza politica, così che scegliere di diffonderle o censurarle è volontà dei governi: dal fungo atomico alle ombre di Hiroshima, dal “falling man” dell’11 settembre ai crudi rituali jihadisti. Con un punto di vista che è ormai quello della macchina e non più del combattente, le immagini dei conflitti attuali, compreso quello in Ucraina, hanno l’accurata confezione della propaganda.
Guerra una prospettiva filosofica
lectio di Romano Madera
Freud e Jung
lectio di Nicole Janigro
Fromm e l’etologia
lectio di Nicole Janigro
Guerra e poesia
lectio di Andrea Cortellessa
Guerra e scienza
lectio di Pino Donghi
Guerra e cinema
lectio di Giuseppe Previtali